sabato 7 febbraio 2015

cittadini che collaborano


"Assistiamo a scene d’ogni tipo ... sotto gli occhi di donne e bimbi... Abbiamo notato traffici equivoci di cessione di stupefacente... Ci sono state risse con danneggiamento delle vetture in sosta... C’è il disagio di anziani a rincasare nel tardo pomeriggio e nelle ore serali a causa dell’atteggiamento molesto e aggressivo...".
La segnalazione, prima di essere consegnata in commissariato, è stata "trattata" per darle un italiano burocratico; l’ha scritta un gruppo di residenti delle case popolari dello Stadera. Questa che avete letto è soltanto l’introduzione. Poi seguono spiegazioni, descrizioni fisiche di violenti e spacciatori (quando si riesce, vengono forniti anche nomi e cognomi); in allegato ci sono le fotografie scattate con i cellulari e stampate a colori, i disegni a biro del cortile con le X a segnare i punti della compravendita di droga, le targhe delle macchine dei balordi, i giorni della settimana nei quali l’«attività» è più intensa e tra parentesi gli orari precisi. Alla fine non è una segnalazione ma un dossier. Gran parte dei 18 arresti nell’ultimo mese nei quartieri popolari di Corvetto, Gratosoglio e Stadera, è nata qui. Da queste righe dei cittadini di via Neera. I quali siccome non bastava, hanno messo a disposizione i propri appartamenti e i garage per gli appostamenti dei poliziotti. 
(...)
Sia il questore Luigi Savina sia il comandante provinciale dei carabinieri, generale Maurizio Stefanizzi evidenziano ed elogiano la "vigilanza" dei milanesi.  


clicca per ingrandire
Stefanizzi (nella foto sopra con i nostri amici di Trezzo sull'Adda, con il ten. Pierluigi Grassi di ANC Carugate e con il capitano Marco D'Aleo di Vimercate) si è soffermato sull’emergenza delle case popolari, riconoscendo il valore del contributo che i cittadini riescono a dare quando, naturalmente, rispettano i ruoli, non sconfinano, non giocano a fare gli "sbirri". 

Naturalmente "vigilare" nei quartieri di frontiera può comportare dei rischi.
A Calvairate-Molise, Sanija Osman Ramadan, coraggiosa nell’opporsi agli abusivi e informare le forze dell’ordine, s’è vista la porta di casa bruciata (due volte).
Nel quartiere Baggio, in via Quarti, un’anziana che ha osato protestare contro i malaffari di occupanti rom è stata minacciata di morte.
Eppure, non ci fossero certi abitanti, forse anche in via Quarti molte indagini non sarebbero state chiuse. E senza la decisa collaborazione di alcune settantenni che avevano parzialmente riconosciuto gli squadristi, non ci sarebbero stati i primi indagati per l’assalto al circolo del Pd in via Mompiani. E ancora, senza le «sollevazioni popolari» di via Pascarella, sarebbe meno facile per polizia e carabinieri conoscere in tempo reale le mosse dei delinquenti di Quarto Oggiaro che si riuniscono nei locali occupati.
Collaborazione, s’è detto prima. Ci sono due signore, abitano in via Gratosoglio. Da sole, con appostamenti degni dei migliori investigatori, hanno ricostruito l’assetto di una banda di una ventina di adolescenti bulli di quartieri: picchiavano e rapinavano i passanti. Le donne hanno consegnato il "lavoro" al vicequestore Angelo De Simone, dirigente del commissariato Scalo Romana e sostenitore del canale cittadini-inquirenti. Sono partite le retate e della banda oggi non c’è traccia.
Il tema ampio e articolato della casa, in particolare delle case popolari, non è un elenco di contrapposizioni, di schieramenti. Ma il tema, questo sì, comporta delle scelte di campo. 


    Andrea Galli

articolo completo su: milano.corriere.it

nuova dottrina della Chiesa


Nella sua ultima intervista, durante il ritorno dal viaggio in Corea, papa Bergoglio ha affermato un concetto nuovo:

“il diritto dell'aggressore a essere fermato affinché non continui a fare del male”

Un modo nuovo e realistico di presentare la tradizionale dottrina del perdono e dell'amore del nemico: amare il nemico, in fin dei conti, significa metterlo nella condizione di riconoscere le proprie colpe e smettere di fare il male. Con ciò gli si dimostra che lo si ama. Si vuole la sua salvezza, non la sua rovina.

giovedì 5 febbraio 2015

a 30 anni dall'omicidio

Carmine Tripodi


5 febbraio 2015

Stamane, in occasione del trentesimo anniversario della barbara uccisione del brigadiere Carmine Tripodi, presso la Chiesa Santa Maria della Pietà di San Luca, il Vescovo della Diocesi di Locri-Gerace, Monsignor Francesco Oliva, assistito dal Cappellano Militare dei Carabinieri, don Aldo Ripepi, e dal parroco del Luogo, Don Pino Strangio, ha presieduto una celebrazione eucaristica in memoria del sottufficiale, preceduta da un significativo momento presso il luogo dell’eccidio, dove, nei pressi del monumento commemorativo, il comandante provinciale dei Carabinieri, col. Lorenzo Falferi, ha deposto uno corona d’alloro in memoria del decorato, cui sono stati resi gli onori militari da un picchetto armato, sulle note del silenzio d’ordinanza.
 
Alla commemorazione, insieme a una rappresentanza dei Carabinieri delle compagnie di Bianco, Roccella Jonica e Locri, ricadenti sotto l’egida dell’omonimo Gruppo, e i rappresentanti di numerose sezioni ANC della Calabria.


omaggio alla lapide a Locri

L'attentato

La sera del 6 febbraio 1985, in corrispondenza di una curva a gomito della strada provinciale San Luca – Bovalino, in Località Ponte Cucuzza, è stato ucciso mediante l’esplosione di almeno 6 colpi di fucile caricato a pallettoni, il brigadiere Carmine Tripodi, nel mentre, in uniforme, a bordo della propria autovettura Fiat 132, si stava recando per motivi di servizio presso il Comando Compagnia di Bianco.
Il corpo esanime del militare venne scoperto da una pattuglia della stessa Stazione di San Luca in servizio di perlustrazione: era stato colpito da almeno due killer, i quali, a distanza ravvicinata, lo avevano colpito fucili caricati a pallettoni, per poi dileguarsi verosimilmente a bordo di una autovettura di grossa cilindrata. Tuttavia il sottufficiale dell’Arma riusciva a impugnare la sua pistola d'ordinanza e sparare cinque colpi, colpendo almeno uno degli aggressori.

Nella lotta contro l'Ndrangheta il brigadiere Tripodi combatteva efficacemente con  due semplici virtù: onestà e coraggio. Comandava la stazione di San Luca. Indagava sul rapimento dell'industriale Carlo De Feo, prelevato nel 1983 a Casavatore vicino a Napoli, uno dei tanti ostaggi della lunga serie con cui l'anonima sequestri, che qui molti conoscevano di persona, rese famosi San Luca e dintorni


la medaglia d'oro
Per tali accadimenti il brig. Carmine Tripodi è stato insignito di medaglia d’oro al valor militare con la seguente motivazione: "Comandante di Stazione distaccata, già distintosi in precedenti operazioni di servizio contro agguerrite cosche mafiose, conduceva prolungate, complesse e rischiose indagini che portavano all’arresto di numerosi temibili associati ad organizzazioni criminose, responsabili di gravissimi delitti. Fatto segno a colpi di fucile da parte di almeno tre malviventi, sebbene mortalmente ferito, trovava la forza di reagire al proditorio agguato riuscendo a colpirne uno, dileguatosi poi con i complici. Esempio di elette virtù militari e di dedizione al servizio spinto fino al sacrificio della vita".

la sua morte è stata vendicata?

Dopo alcuni giorni dal delitto vengono arrestati tre giovani di San Luca, ritenuti gli esecutori materiali dell'omicidio, da alla fine saranno prosciolti assieme ad altri otto indagati per il reato di favoreggiamento personale.
 

Salvatore Romeo (a destra) e un complice
Tra gli arrestati c'è Salvatore Romeno, che cinque anni più tardi verrà ucciso in un conflitto a fuoco con i carabinieri durante il tentato sequestro della giovane Antonella Dellea in provincia di Varese. Un conflitto a fuoco nel quale moriranno anche i tre complici di Romeo, tutti originari di San Luca e di Careri.

"Dopo avergli sparato, i killer urinarono davanti al cadavere", racconta un maresciallo dei carabinieri che per anni ha dato la caccia ai clan dell'Aspromonte. L'omicidio e lo spregio non bastarono. Per anni i picciotti danneggiarono la lapide che Luciana, la fidanzata del brigadiere, una maestra elementare di Bianco, aveva voluto lungo la strada per San Luca. 






mercoledì 4 febbraio 2015

convenzioni ANC


convenzioni nazionali


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martedì 3 febbraio 2015

Micalizzi per noi è la regola

Alessandro Micalizzi in Regione Lombardia

Milano, 2 febbraio 2011. Un bambino di 10 anni stava aspettando il treno nella stazione della metropolitana Loreto di Milano e intanto giocava con un videogame portatile. Completamente assorbito dal gioco, il bambino si è inconsapevolmente avvicinato alla linea gialla della banchina finché, prima di poterlo fermare, ha messo un piede nel vuoto cadendo letteralmente nel vano dei binari, dove ha sbattuto con forza la testa.

 
IL SALVATAGGIO
Senza perdere un istante un Carabiniere di 26 anni, Alessandro Micalizzi, in servizio alla stazione di Pioltello ma in quel momento semplicemente diretto verso Gessate, si è gettato dietro il bambino, buttandosi tra i binari per salvarlo. Poco prima che sopraggiungesse il treno successivo, Alessandro ha quindi afferrato il bambino di peso spingendolo sopra la banchina, al sicuro, seguendolo poco dopo anche lui stesso. Tra lo sbalordimento dei presenti, tanti hanno battuto le mani mentre il bambino, con una ferita alla testa ma sostanzialmente salvo, è stato raggiunto dalla mamma, che ha rifiutato le cure mediche sostenendo di voler portare lei stessa il bambino in ospedale.


medaglia d'oro

Sopra: il 6 giugno 2012 il presidente della repubblica Giorgio Napolitano ha consegnato le ricompense per fatti di "quotidiano eroismo": medaglia d'oro al valor civile al V.Brig. Roberto Lorini e al nostro Carabiniere Alessandro Micalizzi.


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Alessandro Micalizzi premiato da Concas

da: il Giorno - Martesana

Encomio all'eroe del Metrò

Pioltello, 11 marzo 2011 - Mai vista una sala consiliare così piena. Mercoledì, Pioltello è corsa in massa a rendere omaggio ad Alessandro Micalizzi, il carabiniere 26enne in servizio in città, che il 1 febbraio ha salvato a Milano un ragazzino sulle rotaie della metropolitana. Il piccolo, caduto per colpa di un videogioco, rischiava di finire sotto al treno in arrivo. In un attimo il militare è diventato un eroe, anche se respinge la definizione, e ha ricevuto un encomio dal sindaco Antonello Concas. Un’occasione ghiotta per rispolverare il rapporto fra le divise e la comunità.

Composto, misurato, Micalizzi ha avuto il suo momento di gloria: al militare il plauso commosso del pubblico che gli ha espresso riconoscenza. Il carabiniere semplice è nato e cresciuto a Messina. Un ragazzone alto quasi due metri, attento a quel che accade intorno a lui. Sempre all’erta. Sono queste caratteristiche che hanno fatto la differenza il giorno del miracolo alla stazione di Loreto, quando ha salvato il ragazzino.
TENERE D’OCCHIO la situazione è facile come respirare per uno che, così giovane, ha già alle spalle due anni nell’esercito e quattro con la divisa della Benemerita, tre dei quali prestati nell’hinterland. A Pioltello. Dove tutti i giorni si misura con la realtà multietnica della città. Abituato a servizi continui nel quartiere Satellite, crogiolo di razze e di lingue. Le etnie diverse in quella zona di palazzoni interminabili, spersonalizzanti, sono più di settanta. Ma quella polveriera è stata una palestra di vita. E alla prima occasione, il carabiniere ha mostrato la stoffa di cui è fatto.
"Micalizzi per noi è la regola",  dice il capitano Camillo Di Bernardo, alla testa della Compagnia di Cassano, da cui Pioltello dipende.

Il gigante buono, sulla banchina del metrò per Gessate, linea verde, il 1 febbraio, non ha avuto paura. "Ho controllato l’arrivo del treno, ho capito che non c’era tempo da perdere e mi sono buttato. Non ho fatto in tempo a pensare ad altro. Quando un pericolo come quello rischia di diventare concreto, si reagisce di istinto. E così è stato. Un bambino va protetto a ogni costo". Attorno la gente, prima terrorizzata, poi ammirata. Tutti a guardare stralunati il giovane angelo. Il momento più bello? "Quando ho guardato negli occhi il bambino, ormai salvo", ricorda Micalizzi. Al suo beneffatore, il ragazzino ha regalato un sorriso radioso.

    Barbara Calderola

vedi anche: operazione Arancia Meccanica

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